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Pietro Aretino

Pietro Aretino, soprannominato "il Divino", emerge come una delle figure letterarie più affascinanti e controverse del Rinascimento italiano. Nato con modeste origini ad Arezzo nel 1492, la sua vita fu segnata da una straordinaria ascesa al rango di intellettuale e celebre scrittore , la cui penna affilata non risparmiava critiche verso i potenti del suo tempo.
pietro aretino - Pietro of Arezzo

Pietro Aretino:  figlio di cortigiana con anima di re

Pietro Aretino , detto “il Divino”; fu poeta , scrittore e drammaturgo.

L’Aretino nacque ad Arezzo il 19 aprile 1492 da una relazione tra il povero calzolaio Luca del Buta e la cortigiana Margherita Bonci, detta Tita, che fu modella per parecchi pittori e scultori.

Poco altro si sa dell’infanzia di Pietro Aretino : si dice che lo stesso poeta non volesse parlare delle sue origini o far conoscere il proprio nome. Pietro amava definirsi “figlio di cortigiana con anima di re”.

I primi studi e le esperienze a Roma

Delle prime fasi della vita di Pietro Aretino, appunto, sappiamo poco. I biografi sono sicuri però che all’incirca quattordicenne il poeta visse a Perugia, dove studiò pittura e frequentò in seguito l’università.

Nel 1517, venticinquenne, Pietro si trasferì a Roma grazie alla mediazione di Agostino Chigi, che fu mecenate anche di Raffaello. L’Aretino fu servo del cardinale Giulio de’ Medici e finì così alla corte di Papa Leone X.

Il suo periodo romano durò quindi diversi anni , anni prolifici durante i quali Pietro scrisse le sue Pasquinate. Quest’opera, dei poemetti di stampo satirico che si rifacevano alle proteste anonime contro la Curia Romana affisse sul busto di Pasquino in Piazza Navona costò molto a Pietro. Fu infatti esiliato dalla città eterna dal nuovo pontefice, il fiammingo Adriano VI, che il poeta definì “la tedesca tigna”.

Clemente VII, il successivo papa, gli consentì infine il ritorno a Roma nel 1523 senza però placare quel sentimento di insofferenza che Pietro aveva nel frattempo iniziato a provare nei confronti delle corti e degli ambienti ecclesiastici.

L’opera poetica di Pietro Aretino

Il Poeta di Arezzo è conosciuto principalmente per i suoi lavori considerati dai contemporanei improntati al disprezzo delle norme del pudore e del buon costume. Pietro scrisse infatti i famosissimi Sonetti Lussuriosi , opera del 1526 che consiste in due libri da sedici e tredici sonetti a sfondo erotico. Questi ventinove componimenti traggono ispirazione dalle incisioni erotiche realizzate dal pittore Marcantonio Raimondi su disegni di Giulio Romano, pubblicate nel 1524.

Pietro Aretino scrive, subito dopo i sonetti, la raccolta “Dubbi Amorosi”, che comprende trentuno componimenti, in ottave o quartine, incentrati sui problemi che riguardano il sesso. L’opera espone i dubbi, appunto, di mariti, donne, prostitute, frati e abbadesse,  ai quali alla fine di ogni singola esposizione l’autore offre una soluzione. Pietro Aretino, con queste soluzioni, ci trasmette quindi delle massime e delle morali, consentendoci di comprendere meglio il punto di vista dello stesso autore sul mondo e sugli esseri umani.

Aretino a Venezia

Pietro lasciò Roma nel 1525 e dopo un breve periodo a Mantova – al servizio di Giovanni dalle Bande Nere, con cui strinse una profonda amicizia – si trasferì a Venezia.

Aretino in questo periodo veniva chiamato “il divino”, e lo stesso Ariosto lo definì nell’Orlando Furioso “il flagello dei principi”.

Venezia era all’epoca una città molto libera, sede, secondo lo stesso Aretino, di ogni vizio possibile. Pietro si trovò quindi molto  a suo agio, e rimase qui fino alla fine dei suoi giorni.

“Una risata vi seppellirà”

La sua morte, sopraggiunta il 21 ottobre 1556, è divenuta leggendaria: secondo alcuni infatti il poeta sarebbe morto dal ridere mentre si trovava in una taverna – chissà cosa lo divertì a tal punto!

Considerazioni finali su Pietro Aretino

In una società dove l’arte e la politica danzavano intrecciate in un continuo balletto di passioni, dove l’audacia si mescolava alla cultura e l’ambizione toccava il cielo, Pietro Aretino, con la sua penna affilata, si ergeva come un monumento, come testimone vivente di un’epoca inarrivabile.

Nella sua essenza, nell’ardore con cui visse, nell’amore con cui compose, e nella temerarietà con cui affrontò ogni avversità, Aretino incarnava lo spirito di un’epoca dorata. Le maestranze di artisti leggendari come Tiziano, Raffaello e Parmigianino gravitavano attorno a lui, tracciando il

ritratto di un mondo effervescente, dove l’arte era più di una passione: era un respiro, un palpito, un modo di vivere.

L’impertinente penna italiana

E mentre la Francia godeva del sarcasmo brillante di Rabelais, l’Italia aveva il suo cavaliere, Pietro Aretino, che con la sua risata contagiosa e la sua penna impertinente, invitava tutti a non prendere troppo sul serio le follie del mondo. Un mondo dove l’amore, la passione, l’onore e la

gloria si riflettevano nelle acque di Venezia, in quei riflessi dorati del tramonto, ombre e luci che si mescolavano in un gioco perpetuo di contrasti.

La bellezza di un Passato forse perduto per sempre

Chissà se ci sarà mai un altro periodo in cui l’umanità vedrà una simile congiunzione di genio, audacia e bellezza come quella vissuta durante il tempo di Aretino. Un periodo in cui ogni uomo, ogni donna, ogni artista cercava di superare se stesso, di toccare l’impossibile, di immaginare

l’impensabile.

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